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Visita parodontale: sondaggi, diagnosi e piano di cure

Che cosa ho, Professore?”

Il paziente arriva spesso con un dubbio semplice solo in apparenza: un leggero fastidio in bocca, un dente che si muove, un po’ di sangue trovato sul cuscino o sullo spazzolino.

Sono segnali frequenti, ma per rispondere seriamente a questa domanda non basta guardare la bocca per pochi minuti.

La visita parodontale è il momento in cui il parodontologo raccoglie i dati necessari per capire se le gengive e l’osso che sostiene i denti siano sani, infiammati o già danneggiati dalla malattia parodontale.

È una visita specialistica che non si limita alla sola osservazione, ma utilizza strumenti precisi: lettura dell’anamnesi, esame obbiettivo di tutta la bocca ed anche dei tessuti attorno al cavo orale, sondaggio parodontale, radiografie endorali (quando necessario viene eseguito un set completo di 16 radiografie endorali), fotografie e valutazione complessiva del paziente.

La parodontite, comunemente chiamata anche piorrea, non si diagnostica “a occhio”.

Si diagnostica misurando e mettendo assieme tanti dati.

Ed è proprio miscelando queste informazioni cliniche, radiografiche e strumentali che nasce una diagnosi corretta e, di conseguenza, un piano di trattamento personalizzato per il singolo paziente.

Per avere una visione generale della malattia parodontale possono esser letti anche gli approfondimenti:

Parodontite (piorrea): sintomi, diagnosi e terapia e Parodontite o piorrea: quello che il paziente deve sapere

Che cos’è la visita parodontale?

La visita parodontale è una visita odontoiatrica specialistica dedicata allo studio del parodonto, cioè dell’insieme dei tessuti che sostengono il dente: gengiva, legamento parodontale, cemento radicolare e osso alveolare.

Il suo obbiettivo è stabilire se questi tessuti siano sani, infiammati o già danneggiati dalla malattia parodontale.

Non è quindi una semplice “visita di controllo”, ma un percorso diagnostico ordinato che permette di valutare: lo stato delle gengive, la presenza di sanguinamento, la profondità di eventuali tasche gengivali, la presenza di recessioni gengivali, la mobilità dei denti, la perdita di supporto osseo, la qualità dell’igiene orale, i fattori di rischio individuali e la prognosi dei singoli denti.

È dalla raccolta di questi dati che si costruisce il piano di cure.

La prima fase: anamnesi medica e odontoiatrica

Ogni visita parodontale inizia dall’anamnesi.

L’anamnesi medica raccoglie le informazioni generali sullo stato di salute del paziente tramite un questionario compilato dal paziente stesso ed integrato da domande orali poste dall’operatore: malattie presenti o pregresse, farmaci assunti, allergie, diabete, patologie cardiovascolari, terapie eseguite, abitudine al fumo, familiarità per malattia parodontale. Tutto viene documentato nella cartella clinica.

Questo passaggio è fondamentale perché la bocca non è separata dal resto dell’organismo. Alcune condizioni generali possono infatti influenzare la comparsa, la progressione e la risposta alla terapia della malattia parodontale.

Approfondimento sul rapporto tra malattia parodontale e condizioni generali dell’organismo: Parodontite, diabete e sensori per controllo glicemico

L’anamnesi odontoiatrica, invece, ricostruisce la storia della bocca: cure già eseguite, estrazioni, episodi di dolore, ascessi, sanguinamento, mobilità dentaria, digrignamento notturno, igiene professionale, restauri conservativi, protesi, impianti, eventuali trattamenti ortodontici.

Prima di decidere una terapia, occorre quindi conoscere il paziente ed il suo vissuto odontoiatrico.

L’esame obbiettivo: extra-orale e intra-orale

Dopo l’anamnesi si passa all’esame obbiettivo, che altro non è che l’insieme delle manovre diagnostiche da intraprendere per verificare la presenza o l’assenza di segni di patologie.

L’esame extra-orale valuta il viso, le labbra, il collo, le parotidi, i linfonodi e, quando necessario, l’articolazione temporo-mandibolare. Viene eseguito tramite l’ispezione visiva e la palpazione.

L’esame intra-orale prende invece in considerazione lingua, mucose, denti, gengive, occlusione, restauri e protesi presenti.

Nel paziente parodontale si osservano e si registrano, anche con fotografie, alcuni dati di particolare importanza: colore e consistenza delle gengive, presenza di gonfiore, sanguinamento spontaneo o provocato, recessioni gengivali, accumuli di placca e tartaro, mobilità dentaria, migrazioni dei denti, eventuali secrezioni purulente ed i rapporti occlusali.

Il sanguinamento gengivale è spesso uno dei primi motivi che portano il paziente a richiedere una visita. Non va considerato un segno banale, soprattutto se si ripete nel tempo.

Per approfondire questo sintomo: Il sanguinamento gengivale

Questa fase è importante, ma non sufficiente. Osservare la gengiva aiuta ad orientarsi, ma non permette di stabilire la profondità del problema.

Per questo occorrono parametri biometrici, tra i quali il sondaggio parodontale è il più importante.

Il sondaggio parodontale: il cuore della visita, misurare per diagnosticare

Il sondaggio parodontale è l’esame più caratteristico della visita parodontale. Esso viene definito esame strumentale in quanto viene utilizzata una strumentazione al fine di stabilire se la morfologia o la struttura esaminata sia normale (sana) o meno.

Il sondaggio si esegue mediante una sonda millimetrata che viene delicatamente inserita nel solco gengivale intorno a ogni dente. Lo scopo è quello di misurare la profondità del solco o della tasca parodontale.

In una visita completa il sondaggio deve essere eseguito su tutti i denti presenti, con più misurazioni per ogni elemento. In genere si rilevano sei misurazioni per dente: tre sul versante esterno (o vestibolare) e tre sul versante interno (chiamato linguale o palatale a seconda del settore esaminato).

Questo consente di costruire una vera mappa parodontale della bocca, registrando: profondità delle tasche, sanguinamento al sondaggio, recessioni gengivali, perdita di attacco, forcazioni nei denti pluri-radicolati, mobilità, siti più compromessi e denti con prognosi più incerta.

È un esame semplice, ma decisivo. Senza sondaggio parodontale, la diagnosi rischia di essere incompleta. Un dente può apparire apparentemente stabile, avere una gengiva “normale” ma presentare invece una tasca profonda.

La sonda, quindi, non serve solo a “toccare la gengiva”, ma serve a misurare per accertare la presenza o meno della malattia parodontale.

Perché il sondaggio va fatto su tutti i denti?

La parodontite non colpisce sempre tutta la bocca nello stesso modo.

Sono spesso più colpiti i denti posteriori rispetto agli anteriori, i molari superiori rispetto a quelli inferiori, e la patologia può interessare alcuni denti più di altri, alcune superfici più di altre.

Per questo motivo il sondaggio limitato a pochi punti non è sufficiente per una diagnosi completa e veritiera.

Il paziente può avere una situazione relativamente buona in un settore e tasche profonde in un altro. Oppure può avere una perdita ossea localizzata, non evidente durante una valutazione visiva sommaria.

Ecco perché il sondaggio deve essere sistematico.

Misurare tutti i denti permette di distinguere: la gengivite dalla parodontite, tasche isolate (quindi malattia localizzata) da malattia generalizzata, denti recuperabili da denti con prognosi più incerta.

In parodontologia, ciò che non si misura rischia di non essere diagnosticato.

Le tasche gengivali: un dato da interpretare

Quando la sonda scende oltre i valori fisiologici — generalmente oltre i 4 mm — si parla di tasca gengivale o, più correttamente, di tasca parodontale.

La tasca rappresenta uno spazio patologico tra dente e gengiva, spesso associato ad infiammazione, accumulo di batteri e perdita di attacco o di supporto.

Tuttavia, il dato numerico da solo non basta. Una tasca deve essere interpretata insieme ad altri dati, valutati durante la visita e poi nel tempo: risposta del paziente alle istruzioni di igiene orale, perdita ossea radiografica, anatomia delle radici, sanguinamento, indice di placca batterica (cioè presenza quantitativa di placca e tartaro), recessione gengivale e mobilità dentaria.

Per questo motivo il sondaggio non è mai un atto isolato, ma parte di una diagnosi più ampia.

Approfondimento consigliato: Tasche gengivali e parodontite o piorrea

Radiografie endorali: vedere ciò che la visita non può vedere

Il sondaggio dice molto, ma non dice tutto.

Per completare la diagnosi parodontale sono spesso necessarie radiografie endorali di buona qualità, eseguite con tecnica corretta, apparecchio radiografico idoneo e sviluppo adeguato.

Personalmente, continuo ad attribuire grande valore alle radiografie endorali tradizionali, nitide, ben sviluppate e facilmente consultabili nel tempo, perché consentono una lettura diretta e stabile del quadro osseo e dentale.

Le radiografie così eseguite, chiare e dettagliate, permettono di valutare: l’osso alveolare (sia come spongiosa che come corticale alveolare), la presenza di difetti ossei, lesioni inter-radicolari, carie interprossimali, restauri incongrui e problemi endodontici associati.

Nella valutazione parodontale la radiografia panoramica può dare un buon quadro generale, ma non offre sempre il dettaglio necessario. La panoramica, infatti, rappresenta su di un’unica immagine denti anteriori e posteriori, con inevitabili limiti di definizione e sovrapposizione.

Le 16 radiografie endorali, ovvero il completo endorale, se eseguite correttamente, consentono invece una lettura molto più precisa dei singoli elementi dentari e del loro supporto osseo.

Per questo motivo la diagnosi parodontale nasce dall’incontro tra: esame clinico extra-orale e intra-orale, sondaggio parodontale, parametri biometrici (interessamento delle forcazioni, livello gengivale, recessioni e mobilità), radiografie endorali, esame fotografico, valutazione dei fattori di rischio, esperienza ed abilità clinica del parodontologo.

Non è solo una somma meccanica di dati, ma anche e soprattutto una loro interpretazione.

Diagnosi parodontale: non basta dire “piorrea”

Molti pazienti arrivano chiedendo: “Ho la piorrea?”

La domanda è comprensibile, ma dal punto di vista clinico è incompleta. Occorre capire se si tratti di gengivite, parodontite iniziale, parodontite più avanzata, forma localizzata o generalizzata, malattia stabile o ancora attiva.

La diagnosi deve rispondere ad alcune domande precise: quali denti sono sani, quali denti presentano tasche, quali denti hanno perso osso, quali denti hanno una buona prognosi, quali denti hanno una prognosi dubbia e quali fattori di rischio devono essere corretti.

Solo al termine di questa analisi si può parlare di terapia.

Approfondimento principale: Parodontite o piorrea: quello che il paziente deve sapere

Dal quadro clinico al piano di cure

Il piano di cure parodontale non dovrebbe mai essere standardizzato, ma bensì personalizzato.

Non esiste un unico trattamento valido per tutti, perché ogni paziente presenta una situazione diversa: diversa igiene orale, diversa anatomia, diversa risposta infiammatoria, diversa gravità della malattia, diversa capacità di collaborazione.

Il piano di trattamento nasce quindi dalla diagnosi e deve prevedere innanzitutto una terapia causale con: istruzioni di igiene orale personalizzate, test microbiologici e genetici, sedute di igiene professionale, eliminazione dei fattori che favoriscono l’accumulo di placca e tartaro o co-fattori, eventuale scaling e root planing, rivalutazione parodontale, eventuali terapie chirurgiche e controlli periodici nel tempo.

In questo articolo non entreremo nei dettagli della terapia, perché ogni fase merita una spiegazione specifica.

Il punto essenziale è che la terapia corretta venga eseguita dopo la diagnosi, non prima.

Approfondimento consigliato: la terapia causale

Prevenzione e igiene professionale: Detartrasi…. amica mia quanto non ti conosco!

La rivalutazione: controllare se la cura ha funzionato

Dopo la prima fase terapeutica, il paziente deve essere rivalutato.

La rivalutazione serve a verificare se l’infiammazione si sia ridotta, se il sanguinamento sia diminuito, se le tasche si siano modificate e se il paziente abbia imparato a controllare la placca batterica. Questo momento viene certificato da nuove fotografie che registrano le condizioni del paziente post trattamento e che aiutano rivelando informazioni che possono essere sfuggite.

È in questa fase che si decide se il risultato ottenuto sia sufficiente o se alcuni siti richiedano ulteriori terapie.

La rivalutazione è quindi un secondo momento diagnostico. Non si cura soltanto: si misura di nuovo.

Questo concetto è fondamentale, perché in parodontologia il tempo e il controllo sono parte integrante della terapia.

Il paziente deve conoscere il proprio piano di cura

Una buona visita parodontale non si conclude soltanto con una diagnosi: si conclude con una spiegazione.

Il paziente deve sapere che cosa è stato riscontrato, quali denti sono più compromessi, quali sono recuperabili, quali cure siano necessarie e quale sarà il suo ruolo nel mantenere i risultati.

La collaborazione del paziente è infatti decisiva. Il parodontologo può rimuovere placca, tartaro e infezione, ma il controllo quotidiano della placca dipende dall’igiene domiciliare.

Per questo motivo il piano di cura deve essere comprensibile, realistico e condiviso.

Per migliorare il controllo domiciliare della placca può essere utile approfondire: La tecnica colorimetrica: una tecnica di spazzolamento efficace, universale, semplice e controllabile mediante autovalutazione

Visita parodontale a Bologna: perché il metodo conta

Chi è alla ricerca una visita parodontale a Bologna spesso desidera sapere se la propria bocca sia sana, se le tasche parodontali siano gravi o se i denti possano essere salvati.

La risposta non può essere generica.

Occorre una valutazione ordinata, basata su anamnesi, esame clinico, sondaggio parodontale e radiografie endorali.

Il valore della visita parodontale sta proprio in questo: trasformare un sospetto o una paura in un quadro clinico misurato, spiegato e affrontabile.

Conclusione

La visita parodontale è il primo vero atto terapeutico. Non perché curi già la malattia, ma perché permette di conoscerla.

Senza sondaggio parodontale, senza radiografie adeguate e senza una diagnosi ragionata, ogni piano di cura rischia di essere approssimativo.

La parodontite non va affrontata con paura, ma con metodo. Prima si misura, poi si diagnostica, poi si cura.

Ed è proprio questa sequenza — visita, sondaggi, diagnosi e piano di cure — che permette al paziente di capire la propria situazione e al parodontologo di lavorare con un obbiettivo preciso: conservare i denti nel tempo.

FAQ

Il sondaggio parodontale fa male?

Generalmente no. Può dare fastidio se le gengive sono molto infiammate, ma è un esame rapido e indispensabile per misurare la profondità delle tasche gengivali.

La panoramica basta per diagnosticare la parodontite?

La panoramica può essere utile come visione generale, ma nella diagnosi parodontale le radiografie endorali offrono spesso informazioni più precise sul livello osseo dei singoli denti.

Perché bisogna sondare tutti i denti?

Perché la parodontite può colpire in modo diverso i vari settori della bocca. Limitarsi a pochi punti può far perdere informazioni importanti.

Quando si decide il piano di cure?

Il piano di cure si decide dopo anamnesi, esame clinico, sondaggio parodontale e valutazione radiografica. Prima si diagnostica, poi si cura.

Dopo la visita si comincia subito la terapia?

Dipende dal caso. In genere, dopo la diagnosi, si imposta un programma che può comprendere igiene professionale, scaling e root planing, rivalutazione ed eventuali ulteriori terapie.

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