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Parodontite, diabete e sensori per controllo glicemico

La conoscenza della glicemia di ogni paziente è un punto fondamentale per poter impostare un piano alimentare adeguato ed evitare di scivolare in quel campo così articolato denominato diabete dell’adulto.
Questo avviene abitualmente tramite un periodico controllo ematico mattutino con un piccolo forellino su di un polpastrello di un dito. La problematica era ed è che la glicemia viene evidenziata e fissata sempre e soltanto in un unico momento giornaliero, non includendo l’intera giornata sia alimentare che dinamica del paziente.
In altre parole appare improbabile che la glicemia possa essere un buon indicatore subclinico di salute se cristallizzata in un momento solo, lontano dall’alimentazione e dopo un sonno ristoratore, specie se si pensa alla complessità della vita moderna, con particolare riferimento allo stress cronico e naturalmente a quella alimentazione “moderna” dove zucchero, dolcificanti, carboidrati artificiali, cibi fritti, alcool ed eccesso di caffeina la fanno da padroni.

Come funziona il sensore per il diabete

L’industria medicale ha quindi cercato di sopperire a queste necessità conoscitive mediche con un sensore inserito nella cute avente lo scopo di misurare la glicemia presente nel liquido interstiziale durante l’arco dell’intera giornata.

Parte esterna del sensore
Sensore che va a contatto con la pelle; al centro vi è il rilevatore che si infila attraverso la cute nel liquido interstiziale

In odontoiatria tale problematica è assai importante e studiata per i rapporti reciproci esistenti fra diabete e parodontite malattia parodontale e quindi il controllo glicemico in un paziente affetto da malattia parodontale si ripercuote, sia pure in forma indiretta, sull’andamento della infiammazione parodontale, sia nella forma di gengivite che di parodontite.

Con quale meccanismo? Quali sono i rapporti reciproci?

Quando lo zucchero nel sangue è elevato questo si lega prima all’emoglobina poi alle proteine (fenomeno questo chiamato glicazione). Questo secondo fenomeno – la glicazione – crea dei prodotti – AGE advanced glycation endproducts – che formano legami crociati (cross link) con il tessuto parodontale, in particolare con il connettivo, rendendo più lenta e difficoltosa sia la guarigione a seguito di chirurgia, sia il normale avvicendamento cellulare. Quando poi gli AGE si uniscono ai recettori dei monociti e delle cellule endoteliali (RAGE), allora si formano dei mediatori infiammatori che accelerano la malattia parodontale.
Viceversa la parodontite con i suoi prodotti infiammatori (metalloproteinasi, interleuchine e citochine) agisce sui recettori dell’insulina ostacolando l’unione dell’insulina stessa al suo recettore e conseguentamente mantenendo alto lo zucchero nel sangue.

Vorrei ancora ricordare che la malattia parodontale viene clinicamente definita come una perdita di attacco associata ad un riassorbimento osseo rilevati durante una visita clinica associata sempre ad esami radiografici.
Questi ultimi ci descrivono però uno stato osseo-dentario che pur essendo attuale è la somma di quanto avvenuto nel passato non fornendoci, purtroppo, le informazioni sulla reale attività della malattia né del rischio di sviluppo nel tempo.

I sintomi cioè si rivelano solo con la malattia in atto allorquando la distruzione dei tessuti è già avviata.
Ciò premesso appare fondamentale appurare gli andamenti infiammatori della malattia parodontale in via preventiva come appunto accade in diabetologia con il controllo glicemico.

I test della malattia parodontale sono ad oggi specifici sulla presenza di singoli germi quali il Porphyromonas gingivalis, o la Tannerella forsythia o sui mediatori specifici dell’infiammazione, come ad esempio quelli salivari delle Metalloproteinasi, non riuscendoci a dare però una panoramica globale e continuativa dell’andamento dell’infiammazione parodontale.
Al contrario l’andamento glicemico ad oggi viene monitorato ed in maniera continuativa, durante l’arco dell’intera giornata, da sensori inseriti tramite la cute nel liquido interstiziale.

Colazione: yogurt, salmone 50 gr, prosciutto con pane, una fetta di torta di mele in persona anziana ma sana.
Lo sforamento mattutino visibile in questa immagine equivale ad un 3% di infiammazione… nell’imperfetta conoscenza – almeno fino ad oggi – delle variazioni glicemiche di ogni paziente che porta a picchi iperglicemici, pur rispettando gli standard nutrizionali, e con ripercussioni cliniche probabilmente importanti sia mediche che odontoiatriche

Sensori per misurare la glicemia in modo continuo

Il mercato medicale ha di recente introdotto un sistema di rilevamento glicemico, sia continuo che con scansione, basato su di un sensore applicabile al braccio tramite l’inserimento di un dischetto al quale è applicato un filamento sottilissimo della grandezza di un capello che si inserisce, tramite un sistema semi automatico indolore, direttamente nel tessuto interstiziale, e che presenta valori glicemici assai vicini, ma non uguali, a quelli ematici.
Il sensore ha una vita di 14 giorni in quanto gli ossidi che lo ricoprono si riassorbono (almeno questo è quello che una rappresentante della casa produttrice del sensore mi ha dichiarato), è utilizzabile durante la vita quotidiana, nuoto ed esercizio fisico inclusi, senza alcuna calibrazione e senza alcun timore ed effetti collaterali.
La casa farmaceutica li produce in due versioni, una per diabetici con scansione del glucosio a richiesta, avvicinando lo smartphone al sensore anche attraverso gli abiti, ed uno per sportivi– “glucose sport use only and offers streaming glucose data with a dynamic range of 55 – 200 mg/dL for performance athletes to monitor their glucose levels. It is specifically designed for sports use. The biosensor is not for medical use” – dove la scansione avviene in continuum con grafici illustrativi dello stato glicemico attuale.
I dati del glucosio di entrambi i sistemi possono essere consultati a distanza – da remoto dal proprio medico – e quindi in un comodo teleconsulto.

Misurare la glicemia senza ago in tempo reale

La lettura dei valori è abbastanza semplice; una volta scaricata la App corrispondente al sistema scelto e collegato al sensore con il semplice appoggio della telecamera del telefonino, appare, nel sensore più organizzato, quello dedicato agli sportivi, un valore % in mg/dl con una freccia indicante la tendenza se stabile freccia orizzontale, in aumento od in diminuzione freccia obliqua verso l’alto o verso il basso.

Sotto a tale valore una banda bleu ci indica lo stato glicemico ottimale mentre il rosso, che corrisponde ad una increzione di insulina, è indice di uno stato infiammatorio mentre il viola corrisponde ad una attivazione di glucagone.

A sua volta la striscia bleu si divide in due aree: un’area di caricamento del glucosio, 90-140, ed una definita di stato adattivo preferibile alla prima in quanto indice di stabilità glicemica.
Scorrendo verso il basso appare poi la cronologia giornaliera, settimanale e mensile del nostro carico glucosico, cioè il profilo glicemico, nonchè la sua stabilità.

Report giornaliero

Non essendoci stato ad oggi un uso generalizzato di questi sensori ed avendo personalmente constatato che a volte essi danno un’errata interpretazione dell’andamento glicemico e/o un’alterazione del funzionamento stesso, si consiglia di utilizzarli ab initio sotto controllo medico e senza rinunciare alla verifica glicemica ematica tradizionale.
Allorquando vi sarà un follow up affidabile, verificato e controllato nel tempo, ci si potrà affidare con sicurezza a tale tecnologia.

Sensori per il controllo glicemico – conclusioni

In analogia con quanto si sta facendo nel monitorare nei diabetici e negli sportivi la glicemia e, conseguentemente, l’alimentazione, l’industria biomedicale dovrebbe fortemente impegnarsi nella ricerca al fine di fornire alla classe odontoiatrica sensori di controllo infiammatorio orali personalizzati od almeno una piattaforma digitale o una App che, riempita di tutti gli indicatori e biomarkers della patologia parodontale, riesca a fornirci una misura quantitativa della progressione della malattia, identificando così il paziente a rischio.

Bibliografia:

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