
La conoscenza della glicemia di ogni paziente è un punto fondamentale per…

Sono tanti i colleghi, gli amici ed i pazienti che mi chiedono informazioni su…

Alcuni giorni fa sul Journal of Clinical Periodontology (una delle riviste più importanti del…



La terapia parodontale di mantenimento può essere definita in molteplici modi: un super-controllo dell’infiammazione continuato nel tempo, un aiuto costante al paziente per conservare la propria dentizione, una riduzione periodica e programmata della placca batterica, un miglioramento dell’estetica del sorriso e della salute gengivale, un controllo regolare dello status parodontale, una terapia di supporto al paziente.
Sono quindi questi gli obiettivi che il paziente, l’igienista ed il parodontologo cercano di ottenere attraverso questa terapia, tanto importante quanto spesso misconosciuta.
Ma qual è il filo conduttore che unisce questi tre attori e che rende unica questa terapia? La risposta sta nella continuità e nella regolarità di questa terapia nel tempo.
La terapia parodontale di mantenimento è quindi una procedura non chirurgica che funziona e conserva i risultati ottenuti solo e soltanto se viene eseguita con continuità (sempre, ogni tre mesi). Il paziente deve comprendere che l’igienista ed il parodontologo possono svolgere al meglio il loro lavoro quando placca e tartaro sono ancora superficiali, visibili e facilmente controllabili.
Per comprendere meglio il rapporto fra malattia parodontale, infiammazione e necessità di controlli regolari, può essere utile leggere anche l’articolo: Parodontite (piorrea): sintomi, diagnosi e terapia.
Lasciare passare troppo tempo, superando senza motivo i canonici tre mesi, significa invece affidarsi al caso. Quando il tartaro, da sopra-gengivale, diventa sub-gengivale, cioè si porta sotto la gengiva, la situazione clinica può diventare più difficile da controllare, con il rischio di una ripresa dell’infiammazione e della riformazione di tasche parodontali.
Sul significato clinico delle tasche parodontali si può approfondire leggendo l’articolo: Tasche gengivali e parodontite o piorrea
La terapia di mantenimento non riguarda soltanto i denti. Anche se il suo scopo immediato è quello di controllare placca, tartaro, infiammazione gengivale e stabilità parodontale, in realtà essa rappresenta un momento fondamentale di continuità terapeutica. Il paziente non viene semplicemente richiamato per una seduta di igiene, ma viene seguito con regolarità nel tempo, rivalutato, motivato, corretto e accompagnato nel mantenimento dei risultati ottenuti con la terapia parodontale.
La seduta di mantenimento, in questo senso, comincia ancora prima che il paziente entri in poltrona.
Prima dell’appuntamento è necessario visionare la cartella clinica, ricontrollare e ricordare la storia del paziente, i suoi problemi parodontali, le eventuali difficoltà psicologiche, il grado di collaborazione, le terapie già eseguite e le criticità emerse nei controlli precedenti.
La cartella clinica rappresenta la fonte unica e reale delle informazioni vitali del paziente: consente di non improvvisare, di non trattare tutti i pazienti nello stesso modo e di adattare ogni seduta alla situazione clinica individuale.
Prima di far accomodare il paziente occorre inoltre controllare e preparare la strumentazione più adatta al caso in esame.
Una volta fatto accomodare il paziente, la seduta prevede un rapido controllo orale, la valutazione del controllo di placca, l’uso del rilevatore di placca con tecnica colorimetrica (per approfondire si può leggere il seguente articolo: La tecnica colorimetrica: una tecnica di spazzolamento efficace, universale, semplice e controllabile mediante autovalutazione e/o visionare il filmato Guida pratica alla Tecnica Colorimetrica (Parte II): ), lo scaling, il polishing, l’eventuale applicazione di fluoro o di una mousse protettiva remineralizzante e, infine, la trascrizione puntuale in cartella clinica di quanto osservato e di quanto eseguito.
La valutazione del controllo di placca può iniziare con un controllo visivo grossolano, osservando la presenza di materia alba, depositi evidenti, alterazioni cromatiche gengivali, arrossamento, edema o sanguinamento.
Il sanguinamento gengivale, quando frequente o ricorrente, non dovrebbe essere banalizzato. Per approfondire questo aspetto si può leggere Il sanguinamento gengivale.
Questo controllo visivo, tuttavia, non è sufficiente. Molta placca batterica non è immediatamente visibile e può sfuggire sia al paziente sia all’operatore se non viene evidenziata in modo specifico.
Per questo motivo può essere utilizzata la tecnica colorimetrica, mediante l’applicazione di alcune gocce di liquido rivelatore blu-viola. Il colorante permette di rendere visibile la placca presente sulle superfici dentarie e di distinguere meglio le zone trascurate durante l’igiene domiciliare. Questa tecnica viene utilizzata anche per rendere il paziente più consapevole della propria igiene orale.
Per approfondire si può consultare la pagina dedicata alla pulizia dei denti.
Il paziente deve partecipare direttamente a questa fase: con lo specchio nella mano sinistra può osservare con il nostro aiuto, le aree colorate, riconoscere dove la placca si accumula più facilmente e comprendere se le istruzioni ricevute nelle sedute precedenti siano state realmente recepite.
L’indice di placca non è quindi soltanto un dato numerico, ma uno strumento di comunicazione clinica. Serve a valutare il livello di collaborazione del paziente, l’efficacia delle manovre domiciliari e la necessità di rinforzare, modificare o semplificare le istruzioni di igiene orale.
Questo è uno dei momenti più importanti della terapia parodontale di mantenimento.
L’obbiettivo è ottenere un deplaquing, cioè una rimozione accurata della placca dai denti, una detossificazione delle radici esposte, l’eliminazione del tartaro sopra-gengivale presente e la creazione, così operando, di un ambiente biologicamente più idoneo ai tessuti circostanti, facilitandone la guarigione.
Ultrasuoni e curette sono gli strumenti principalmente utilizzati, insieme ad una pasta detergente, per rimuovere in via preliminare la placca depositatasi sui denti e, successivamente, il tartaro.
Per una descrizione più ampia della detartrasi come procedura professionale si può leggere l’articolo Detartrasi…. amica mia quanto non ti conosco!
Personalmente preferisco l’utilizzo degli ultrasuoni a bassa frequenza; tuttavia, in presenza di tartaro, e specialmente negli angoli o nelle zone più difficili, ricorro alle curette per sfruttarne le qualità operative e ottenere un risultato ottimale. Un trucco per controllare la perfetta esecuzione di questa operazione è, alla fine della seduta, quello di disidratare l’area con un soffio d’aria rendendo visibili quei microscopici depositi ancora aderenti alle radici.
Quando la malattia parodontale richiede un trattamento più profondo, la detartrasi si inserisce in un programma più ampio di terapia causale. Su questo tema si può leggere anche l’articolo terapia causale.
In alcuni casi, al termine della seduta, può essere applicata una mousse protettiva remineralizzante dello smalto, cioè una crema capace di contribuire al reintegro dei minerali che quotidianamente possono essere perduti dalla superficie dentale e la cui perdita può favorire l’insorgenza della carie o di ipersensibilità dentinale.
Il prodotto da noi utilizzato è a base di caseina, più precisamente di fosfopeptide caseinico-calcio fosfato amorfo, derivato dal latte. Nella nostra pratica clinica viene abitualmente applicato dopo la pulizia professionale, o detartrasi, con l’obbiettivo di fortificare i denti, migliorare la lucentezza dello smalto e ridurre l’ipersensibilità dentinale.
La mousse agisce favorendo l’occlusione dei tubuli dentinali e contribuendo a creare una superficie dentale più liscia e levigata, con un risultato anche estetico favorevole e rispettoso della biologia dentale.
Conclusioni
La terapia parodontale di mantenimento non deve essere considerata una semplice seduta di igiene orale, ma una vera terapia di supporto, programmata e personalizzata, indispensabile per conservare nel tempo i risultati ottenuti con la precedente terapia parodontale.

Il suo valore non dipende soltanto dalla rimozione di placca e tartaro, ma dalla continuità del controllo clinico, dalla rivalutazione periodica del paziente, dalla verifica della sua collaborazione e dalla capacità dell’operatore.
Ogni seduta di mantenimento deve quindi essere letta come un momento diagnostico, terapeutico ed educativo.
– Diagnostico, perché consente di controllare lo stato dei tessuti parodontali e dentali riscontrando, ad esempio, lesioni cariose allo stadio iniziale;
– Terapeutico, perché permette di ridurre placca, tartaro e contaminazione batterica;
– Educativo, perché aiuta il paziente a comprendere dove sbaglia e come migliorare la propria igiene domiciliare (rimotivazione).
Ma la continuità resta sempre il vero filo conduttore. Quando il paziente comprende che il mantenimento non è un obbligo formale, ma una condizione necessaria per conservare i propri denti, la terapia parodontale può mantenere nel tempo il suo obbiettivo e cioè non soltanto curare una malattia, ma impedire che essa si riattivi.
Nei pazienti parodontali il richiamo viene programmato e deve essere eseguito ogni tre mesi. La frequenza comunque deve essere stabilita in base alla situazione clinica individuale, al controllo di placca, alla presenza di sanguinamento, alla profondità delle tasche e al rischio di recidiva, alla pigrizia del paziente.
No. La terapia parodontale di mantenimento non è una semplice pulizia dei denti. È una terapia di supporto al paziente che comprende controllo clinico, valutazione della placca, tecnica colorimetrica, scaling, polishing, controllo dei tessuti parodontali e trascrizione puntuale di questi dati nella cartella clinica.
Perché placca e tartaro, se lasciati indisturbati, possono diventare più difficili da controllare. Quando il tartaro si crea sotto la gengiva, il rischio è quello di favorire una ripresa dell’infiammazione e una nuova perdita di stabilità parodontale.
Il deplaquing è la rimozione accurata della placca batterica dalle superfici dentarie. Nella terapia di mantenimento rappresenta un momento essenziale, perché permette di ridurre la carica batterica e di creare un ambiente più favorevole alla salute dei tessuti gengivali e parodontali.
La tecnica colorimetrica serve a rendere visibile la placca batterica che normalmente il paziente non vede. In questo modo il paziente può osservare direttamente le zone trascurate durante l’igiene domiciliare e capire dove deve migliorare.
La cartella clinica consente di ricordare la storia del paziente, le terapie già eseguite, le difficoltà incontrate, il grado di collaborazione e le criticità rilevate nei controlli precedenti.
No. La mousse protettiva può essere un aiuto finale, utile per contribuire alla protezione dello smalto e alla riduzione della sensibilità dentinale, ma non sostituisce la rimozione professionale di placca e tartaro né il controllo parodontale.
Può ridurre in modo importante il rischio di recidiva, ma richiede continuità, collaborazione del paziente e controlli regolari. La stabilità parodontale nel tempo dipende dal lavoro dell’operatore, ma anche dalla qualità dell’igiene domiciliare e dalla costanza e regolarità negli appuntamenti del paziente.
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